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Non solo ranking: quando la SEO diventa una questione di fedeltà

Negli ultimi anni abbiamo ripetuto spesso che la SEO non è più (solo) una sfida tecnica contro un algoritmo, ma una conversazione con l’utente. L’ultima novità introdotta da Google nella sua documentazione ufficiale, le “fonti preferite” (Preferred Sources), ne è la conferma definitiva.

Google ha reso disponibile una funzionalità che permette agli utenti di scegliere e salvare i propri siti di notizie preferiti. I vantaggi per i publisher sono diretti: i contenuti di questi siti hanno una maggiore probabilità di apparire nel box “Top Stories” per le query rilevanti dell’utente.

I publisher possono incentivare attivamente gli utenti a sceglierli come fonte tramite deeplink nei social o CTA dedicate (disponibili nella documentazione ufficiale di Google).

Due riflessioni

Sebbene sembri una novità prettamente tecnica, questo aggiornamento porta con sé implicazioni profonde sul modo in cui concepiamo la visibilità online.

  1. Il contenuto come collante, non solo come risposta

Il “premio” della visibilità non scatta automaticamente con un link. Scatta se l’utente compie un’azione consapevole. Se il contenuto non è utile, originale e capace di creare una connessione empatica, l’utente non farà mai lo sforzo di inserirti tra i suoi preferiti. In un mondo saturo di AI, la qualità umana è l’unica moneta di scambio per la fedeltà.

  1. La fine della SERP universale

Siamo di fronte alla definitiva personalizzazione estrema. L’idea di una “classifica fissa” e uguale per tutti appartiene al passato. Oggi la SEO significa smettere di rincorrere ossessivamente singole keyword e iniziare a costruire un Brand. Se l’utente ti cerca e ti sceglie, Google non può fare altro che assecondare quella preferenza.

Queste novità sono davvero “nuove”? Probabilmente no. Da anni la direzione è quella dell’autorevolezza e della fiducia. Tuttavia, oggi il confine tra SEO e Brand Identity è diventato ancora più sottile: non basta essere primi, bisogna essere scelti.