L’attività di link building è una delle attività SEO più complicate, e ci vuole molto più di un pugno di dollari. Se non avete intenzione di investire tempo (e denaro) ha poco senso anche solo pensare a questa attività.

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Per fare link building ci vuole esperienza, tempo e costanza ed è un’attività che (ancora) va fatta, certo, ma soppesando tutti i “ma” e tutti i “se”.

L’alternativa? L’alternativa può essere (e sottolineo “può”) l’inbound marketing, ma “da paura” però.


Il backlink è un’attestazione di fiducia


Una pagina web mette un link a una tua pagina web: quel link è un backlink, ovvero un link di ritorno. Ora, questo link potrebbe avere un valore per Google e per gli utenti, entrambi pensano: “beh, se quella pagina ha messo un link a questa pagina vuol dire che allora se lo merita“.

Poi arrivarono i SEO.

Anni fa la pratica erano gli article marketing e le directories: si inserivano link ovunque a prescindere, e quindi era facile trovare link a pagine sui broccoli dentro pagine di siti web che parlavano di borse e via dicendo.

Un tempo la quantità a discapito della qualità poteva avere un senso, oggi no.

Poi arrivò il nofollow.


Cosa dice Google (ufficialmente)


Google avvisa che se l’intento è manipolare il PageRank allora stai violando le sue leggi e sei chiaramente un “ricercato”.

Se poi c’è scambio di denaro tra le parti il backlink dovrebbe essere nofollow e quindi non passare PageRank.

Ma molti SEO se un link è nofollow non sono disposti a pagare nemmeno 2 centesimi e a mio avviso sbagliano, perché, come si dice, “dipende” da un sacco di fattori.

È alla pagina schemi di link https://support.google.com/webmasters/answer/66356?hl=it Google incoraggia anche a fare la spia: “faccelo sapere” – dice – “Se noti un sito che partecipa a schemi di link mirati a manipolare il PageRank.”


Ho paura di inserire un link esterno


Molto spesso quando suggerisco di inserire in un articolo un link a una fonte esterna mi capita di vedere una certa incredulità e alle volte addiritttura diffidenza.

Tu quoque, SEO mi!

In realtà un link in uscita, contestualizzato e che fornisca qualcosa “in più” all’utente, può addirittura aiutare il ranking di quella pagina.

Per esempio. Mettiamo che tu stia parlando di un’attrazione turistica, hai scritto milioni di parole, hai dato tutte le informazioni ma poi l’utente se vuole acquistare il biglietto online può farlo solo dal sito ufficiale dell’attrazione in questione.


Perché mai un link a questa attrazione dovrebbe essere sbagliato? Non lo è infatti.

“Ok” – mi dirai – “però va in nofollow”

Se lo dici perché così eviti di sperperare il c.d. juice della pagina ospitante è un conto, ma se lo dici perché sei convinto che sia la verità assoluta, beh sbagli.

E anche nella prima ipotesi, indovina? Dipende!
Per esempio dipende da quanti altri link ci sono in uscita su quella pagina e dalla “forza” di quella pagina.

E poi c’è da sottolineare un’altra cosa importante, ovvero quello che Google scrive chiaramente in merito: “… In genere non li seguiamo”.

“In genere” non significa “non li seguiamo e basta”.


Che anchor text usare


Ecco qui è possibile essere un po’ meno aleatori: evita il  keyword stuffing come fosse la peste, anche e soprattutto se si tratta di linking interno.

Ma evita pure però il “clicca qui” forsennato che “sennò Google si pensa che faccio keyword stuffing”.

Esiste sempre una via di mezzo e la via di mezzo è il buon senso, soprattutto nella SEO.


Quanto tempo ci vuole


Si tratta di ricerca, analisi, scambi email vari e poi: redazione o no?

A seconda della tipologia di sito il tempo impiegato a fare queste attività può variare sensibilmente.

Molto in generale e mediamente, per fare un buon lavoro, ci si impiega non meno di 3 giornate di lavoro (e sempre con il supporto di un tool professionale) per la ricerca e l’analisi.

A queste aggiungete altre ore tra scambi email e definizione di cosa/come/dove/quando.

Una premessa importante: fare link building su un sito osceno sia dal punto di vista SEO che contenutistico è a mio avviso inutile.


Inbound marketing, che ripaga a lungo periodo


All’inizio dell’articolo ho mentito. C’è un’altra attività che è particolarmente complicata, forse più della link building: creare contenuti (testuali e non) che attirino – realmente – backlink spontanei.

Sottolineo realmente perché “le 10 cose da fare se……” o “le 1500 cose da dire quando …” o “il milione di parole da usare per …” non sono propriamente una novità, un unicum (dipende, certo, anche in questo caso).

La verità è che non è più tempo di fare le cose per istinto o di pancia, perché la competizione è talmente alta che improvvisare se non è rischioso è quantomeno fuorimoda.


Link building, per un pungo di dollari…