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AI Slop: cosa è e perché non funziona più

Il termine “AI Slop” singifica contenuti di bassa qualità prodotti in massa dall’AI senza un valido apporto umano, quindi contenuti “fotocopia”.

Per dirlo con una metafora, immaginiamo una gigantesca discarica digitale dove, ogni minuto, vengono scaricate tonnellate di contenuti “rifiuti”. Sono testi, video e immagini che occupano spazio, ma non generano valore.e questi contenuti possono essere testi, video e altro.

Le caratteristiche tipiche dei contenuti “spazzatura”

Liriconosci subito; per esempio nel caso degli articoli, sono pezzi come “i migliori 10 frullatori dell’anno” ovvero pezzi che sembrano scritti con lo stampino: intro generica, lista con lo stesso tipo di valutazioni e conclusione che , in realtà, non conclude nulla.

Quindi soddisfano queste caratteristiche peculiari:

  • prodotti in massa
  • prodotti con l’AI con scarso o nullo intervento umano
  • confezionati tutti con la medesima struttura
  • realizzati senza contenuto di valore

Google è diventato un abile spazzino grazie a S-CTS

Restando nella metafora dei rifiuti, adesso (molto più di prima) Google è perfettamente in grado di assolvere al ruolo dello zelante spazzino. Fino a poco tempo fa, infatti, i sistemi anti-spam di Google analizzavano i contenuti cercando segnali di bassa qualità nei singoli articoli. Ma i produttori di AI slop avevano trovato il modo di aggirare questi filtri, variando semplicemente e leggermente il testo.

Oggi le regole del gioco sono cambiate. Google ha pubblicato una ricerca su un nuovo sistema chiamato Scalable Cluster Termination System (S-CTS).

Il nome stesso (Scalable Cluster Termination System) dice molto: non si tratta più di filtrare un contenuto, si tratta di terminare interi cluster di account (la ricerca in formato PDF qui: https://storage.googleapis.com/gweb-research2023-media/pubtools/1039291.pdf).

Google ora analizza segnali infrastrutturali proprietari: non guarda solo cosa hai scritto, ma come lo hai prodotto e da dove proviene quel contenuto, identificando pattern statistici.

Il problema non è l’AI

A mio avviso il problema è sempre lo stesso e non è assolutamente l’AI. Come per tutti gli strumenti, da tempo immemore, è l’uso che ne facciamo a decretare l’efficacia dell’output. Abbiamo scoperto il fuoco e milioni di anni dopo diamo alle fiamme interi parchi verdi devastando l’ambiente, solo per dirne una.

Ed è anche abbastanza logico che la produzione massiva di 50 articoli in mezz’ora tutti con la medesima struttura sia un chiaro segnale del fatto che di umano c’è poco o niente. Considerate solo che io, per scrivere questo post nemmeno troppo approfondito ci ho messo un’ora (e mi sono comunque fatta aiutare dall’AI, di certo non per scrivere ma per migliorare ancora di più il contenuto).

Ma la buona notizia è che forse, proprio grazie all’AI, impareremo a produrre contenuti più umani.

Che cosa significa per il settore

Sarà più facile per Google comprendere, in meno tempo, schemi di produzione di massa di contenuti senza alcun valore aggiunto; forse (e dico forse) potrebbero diventare più frequenti anche gli update che “rimescolano” i risultati in SERP al fine di arrivare a un quadro soddisfacente per le query di maggiora interesse.
Ma queste sono solo mie personali idee.

Il dato invece oggettivo è che oggi più che mai le aziende dovranno iniziare a governare la propria visibilità in modo metodologico. Se la tua strategia editoriale si basa ancora su template ripetitivi o sull’automazione non supervisionata, il rischio di essere invisibili, o peggio, penalizzati, è reale.

Ecco dove intervenire per mettere in sicurezza il proprio business online:

  • SEO Audit: tecnica e contenuti: non basta più ottimizzare le singole pagine. Oggi è fondamentale eseguire un audit che analizzi l’intera infrastruttura del sito e la qualità dei contenuti esistenti.
  • Content Marketing strategico: puntare a una narrazione che risponde ai bisogni reali degli utenti, non a quelli dei bot. Sviluppare un piano di content marketing significa creare contenuti che riflettono l’esperienza unica del brand.


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